Un successo editoriale questo libro di
John Williams, Stoner, che ha suscitato anche qualche critica. Un libro piatto,
perché racconta la vita di un uomo piatto, ma molto profondo, perché scava
nelle menti dei personaggi fino in fondo.
William Stoner non si allontana mai da
Booneville, il piccolo paese rurale in cui è nato, fa per tutta la vita il
professore nella stessa università, per 40 anni è infelicemente sposato alla
stessa donna, ha sporadici contatti con l'amata figlia e per i suoi genitori è
un estraneo, per sua ammissione ha soltanto due amici, uno dei quali morto in
gioventù.
Ma John Williams fa della vita di
William Stoner una storia profonda e amara. Nato in una piccola
fattoria vicino a Columbia sembra destinato ad allevare mucche e maiali e a
lavorare la terra con il padre e la madre. Ma il padre lo manda a studiare
Agraria per farne un agricoltore moderno. Peccato che la poesia e la
letteratura lo folgorino. Così come lo folgora Edith, bella ragazza, ma
tragica compagna.
Mezzo
secolo, due guerre mondiali, crudeltà e insensatezze, il tempo che passa troppo
in fretta e che sembra scivolare via senza lasciare traccia e, tutto sommato,
senza particolare significato, fuori dal piacere, "triste e ironico",
che "alla lunga tutte le cose – perfino ciò che aveva imparato e che gli
consentiva quelle riflessioni – erano futili e vuote, - svanivano in un nulla che
non riuscivano ad alterare". Sullo sfondo la letteratura inglese tra Due e
Cinquecento, che sembra lontanissima e priva di senso.
E
poi un amore, anch'esso raccontato con la massima asciuttezza e la massima
intensità insieme: “Lussuria e conoscenza. È il massimo che si può avere,
giusto?”


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